Le persone che tendono a mangiare pasti fatti in casa piuttosto che mangiare quelli dei fast food, dei ristoranti da asporto non sono esposti a sostanze chimiche sintetiche dannose. Questa è la scoperta fatta dai ricercatori del Silent Spring Institute, nel Massachusetts.

Cosa emerge dalla scoperta

Lo studio ha scoperto che coloro che mangiano più pasti cucinati in casa hanno livelli più bassi di sostanze chimiche. Esse sono chiamate sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) nel sangue.

Per quanto ne sappiamo, questo studio è il primo a trovare associazioni tra esposizioni PFAS su tutta la popolazione e consumo di cibo da varie località“. Questa l’affermazione dell’autore dello studio Laurel Schaider e colleghi.

I PFAS sono un gruppo di sostanze chimiche resistenti al calore e alla degradazione. Esse comunemente si siano in pentole antiaderenti, prodotti antimacchia e impermeabili e imballaggi per alimenti.

Le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) sono sostanze chimiche comuni di prodotti industriali e di consumo con esposizioni umane diffuse. Esse sono state collegate a effetti negativi sulla salute. I PFAS sono comunemente rilevati negli alimenti e nei materiali a contatto con gli alimenti (FCM). Ivi inclusi gli imballaggi per fast food e i sacchetti per popcorn a microonde ”, scrive il team.

Le sostanze nocive e i loro effetti avversi

Gli effetti avversi sulla salute a cui si associano i prodotti chimici comprendono cancro, malattie della tiroide, immunosoppressione, riduzione della fertilità, basso peso alla nascita e problemi di sviluppo infantile.

Studi su adulti e bambini hanno rilevato sostanze chimiche nel sangue dal 97% al 100% della popolazione. Le abitudini alimentari sono ritenute un fattore chiave. Si ritiene che le abitudini alimentari siano un fattore chiave nel modo in cui queste sostanze chimiche finiscono nel corpo, il che ha spinto Schaider e colleghi a indagare.

“Comprendere le fonti di esposizione alimentare ai PFAS può informare la valutazione dell’esposizione e identificare le strategie di intervento per ridurre l’esposizione”, affermano i ricercatori.